Polpettine di ricotta con salsa piccante

Finger food perfetto per le serate di festa (o per le giocate a carte notturne):

Ingradienti:

– 700 grammi di ricotta di pecora

– 3 uova

– sale q.b.

– 100 grammi circa di pangrattato

– 1 spicchio d’aglio tritato

– parmigiano grattugiato a piacere

– prezzemolo tritato

per la salsa di pomodoro:

– cipolla tritata

– spicchio d’aglio

– zucchero q.b.

-sale q.b.

-olio extravergine di oliva

-basilico fresco tritato

– peperoncino

  • NB prima di preparare le polpette è necessario mettere la ricotta a scolare in uno scolapasta fino a quando non è completamente (tendenzialmente basta qualche ora prima)
  • mettete in un recipiente la ricotta, le uova, il pangrattato, il parmigiano, il sale, l’aglio, il prezzemolo e amalgamate bene il tutto con la forchetta.
  • mettete della farina in un piatto e dopo aver formato una pallina (mi raccomando deve essere un po’ schiacciata) con l’impasto, passatela nella farina e compattatela bene.
  • una volta pronte friggete le polpette in olio di semi bollente.
  • preparate la salsa soffriggendo bene la cipolla tritata con lo spicchio d’aglio non pelato e schiacciato.
  • aggiungete la passata di pomodoro, il sale, un cucchiaino raso di zucchero, il peperoncino.
  • lasciatela ribelle polpette ^___^durre finché non risulta molto densa
  • una volta cotta aggiungete abbondante basilico fresco tritato
  • servitele calde calde.

Film consigliato: A+R andata e ritorno – 2004- di Marco Ponti, una bella commedia italiana con un fantastico Libero de Rienzo. Positivamente macchiettistica, bei dialoghi attorno ad una divertente rapina natalizia. MI RACCOMANDO PRENDETE UNA COPERTINA, CI STA ALLA GRANDE.

Il Gattò di patate di famigghia

Essendo appena tornata i terra Sicula per le vacanze di Natale non posso non proporre una delle grandi ricette di famiglia e un classico degli antipasti natalizi:

Il “gattò di patate di famigghia”:

Per il purè di patate:

Per la farcitura:

  • un etto di mortadella bologna
  • foglie di basilico
  • provola dolcea a fette
  • una melanzana viola abbastanza grande
  • Lessate le patate, pelatele e adoperate uno schiacciapatate per passarle bene. Aggiungete, il burro, le uova, e il latte tiepido a filo.
  • N.B: in base al tipo di patata utilizzata riducete o aumentate le dosi di latte o delle uova. Deve essere comunque abbastanza denso e liscio.
  • Completate con il sale, il pepe, la noce moscata e il parmigiano e mettete sul fuoco lento per qualche minuto per amalgamare bene tutti gli ingredienti.
  • Friggete la melanzana tagliata a forma di mezzaluna.
  • Imburrate una teglia e fatevi aderire bene del pangrattato per ottenere dei bei bordi croccanti
  • mettete uno strato di puré sul fondo aggiungete a strati anche la mortadella, le fette di provola, il basilico e le melanzane. Continuate con il purè e spargete sula superficie dello sformato del pangrattato misto al parmigiano reggiano e qualche fiocchetto di burro.
  • 180/200 gradi per venti minuti (considerate qualche minuto di grill per ottenere una crosta croccante).
  • sfornate e servite tiepido.

E’ un perfetto piatto unico ma potete anche fare delle monoporzioni e servire come sformatino da antipasto se preferite.

Film consigliato: Il Ritorno di Cagliostro- Ciprì e Maresco- 2003.
Pellicola perfetta per tutti coloro che amano l’umorismo dissacrante, anticlericale, grottesco e di finissimo nonsense. Insomma una cosa tanto siciliana quanto pesante, come il mio gateaux di patate.

Bagels, il panino apocalittico

Non avete idea di quanto mi sia dovuta impegnare per ottenere un bagel che mi desse soddisfazione. E’ un panino decisamente complesso ma se riesce, vince su tutti gli altri paninetti burrosi in circolazione.

Oltre che per il brunch è perfetto per una serata film, farcito nella maniera più classica, con salmone e formaggio alle erbe (se state attenti alla linea il formaggio Vitasnella allo yogurt con un po’ di erba cipollina fresca vi farà sentire meno in colpa) oppure con brie e speck, prosciutto arrosto e salsa ai funghi, insalata di pollo Insomma potete condirlo come vi pare, si presta a milioni di varianti.

Qui la mia ricetta a lunga lievitazione, ci vuole un po’ di pazienza ma i risultati sono assicurati.

Con queste dosi è possibile fare circa dieci bagels:

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300 gr di Farina
100 gr di Manitoba
225 ml di Latte (tiepido)
1 uovo
20 gr di Lievito di Birra
50 gr di Burro
25 gr di Zucchero
1 cucchiaino di sale

  • scaldare il latte e tenerne due cucchiai da parte per sciogliere il lievito
  • mettere il latte  in un recipiente con lo zucchero e il burro fuso e sciogliere bene il composto
  • aggiungere il lievito di birra sciolto nel latte
  • aspettare qualche minuto e controllare che il lievito abbia fatto delle piccole bollicine (confermeranno che si è attivato correttamente)
  • aggiungere il miele e l’albume dell’uovo
  • aggiungere piano piano la farina e il sale mescolando con una frusta o con una forchetta se non avete il robot da cucina. Fate bene attenzione a non far formare i grumi.
  • L’impasto ottenuto sarà molto elastico
  • Isolate con la pellicola e mettete in forno spento per una notte
  • La mattina successiva dividete l’impasto in parti uguali, formate le ciambelle lavorando le palline e facendo un buco al centro.
  • N:B: i buchi dovranno essere abbastanza larghi altrimenti si chiuderanno in cottura
  • mettete le ciambelle su una teglia con sotto della cartaforno e copritele nuovamente con la pellicola.

Arrivati alla sera è finalmente giunto il momento di cuocerli:

  • Mettete a bollire dell’acqua in una pentola larga, ritagliate un quadratino di carta forno con sopra il bagel e mettetelo nell’acqua bollente (la carta si staccherà una volta nella pentola e questa operazione vi aiuterà ad evitare che si rovini la forma del panino) .
  • Girate il bagel da entrambi il lati per dieci secondi poi tiratelo fuori e mettetelo ad asciugare su un canovaccio bagnato.
  • Una volta bolliti  spennellate i bagels con l’uovo (potete usare semi di sesamo, di zucca o di papavero per la decorazione)
  • fate cuocere i bagels in forno a 180 gradi per 20 minuti circa
  • farcite a piacere e ciao mondo!

Ve li consigliamo da mangiare sul divano con una coca light e un cesto di patatine mentre state guardando uno dei tre film che vi consigliamo per la domenica pomeriggio:

– Quattro matrimoni e un funerale (romantico ma le punte di umorismo inglese aiutano)

– Hunger games (vedere i ragazzini scannarsi mette fame)

– Il grande freddo (se volete distruggervi d’emozione per forza)

N.B. sono solo io a consigliarveli ma il plurale mi fa sentire protettabagels appena sfornati

Hesher

Dopo un sabato di ozio totale e assolutamente malsano, passato a guardare le polpette di grandine che battevano sulla finestra, verso le sette di sera ho accettato il fatto che non avrei messo un solo piede fuori casa. Era estremamente difficile giungere a questa consapevolezza giovane-vecchia ma una volta emesso il sospiro mi sono rasserenata e, sulla scia di I love Sarah Jane, mi è venuta voglia di approfondire il capitolo Spencer Susser.

Hescher (2010) è un film con Natalie Portman e  Joseph Gordon Levitt che racconta, in modo non convenzionale, il processo di elaborazione del lutto di un bambino che ha perso la madre in un incidente stradale. Il personaggio di T.J. (il piccolo Devin Brochu) è costretto ad essere forte anche per il padre (Rainn Wilson, Six feet under) caduto in un profondo stato di depressione. La svolta nella vita di T.J. arriva però quando un personaggio davvero singolare, Hesher per l’appunto (Levitt), si piazza a casa sua combinandone di tutti i colori.

 

I love Sarah Jane: contesti alternativi dove vivere l’adolescenza

La donna forte intimorisce, lo sappiamo, è un dato di fatto. Ed è per questo che la definizione di “donna con le palle” è così amata dal pubblico androgino sostenitore della tesi secondo la quale, oltre alla costola, certi esserini dalla curve sinuose hanno avuto la pessima idea di rubar loro anche qualcos’ altro. Ma andiamo oltre. Lasciamo perdere le cadute nel femminismo facile. La donna forte intimorisce, è vero, ma già molto prima di Beatrix Kiddo era noto ai più che i biondi angeli vendicatori hanno sempre un certo fascino.

E’ il caso della giovane, ma vi assicuro spietatissima, Sarah Jane aka Mia Wasikowska (Alice in wonderland, I ragazzi stanno bene) protagonista di “I love Sarah Jane” (2008), uno dei primi lavori di Spencer Susser. Il regista americano, noto per aver debuttato sul grande schermo al Sundance film Festivalcon pellicola “Hesher” (2010, nel cast Natalie Portman e Joseph Gordon Levitt), ci offre in questo particolarissimo cortometraggio una visione differente della classica storia d’amore (non corrisposto) negli anni dell’adolescenza. La cornice non è la scuola media di provincia dove la ragazza avvenente e popolare frequenta, incurante dei piccoli ancora poco prestanti, il giocatore di football del liceo, bensì quella di una cittadina americana distrutta dall’invasione degli zombie.

A farci da cicerone in questa rassicurante atmosfera il piano sequenza che, dall’asfalto in su, osserva l’andamento stanco di un ragazzino in bicicletta. E’ pallido e porta sulla schiena una custodia con un arco e delle frecce. Raccolto l’amicone più grande (il classico aggressivo/disadattato dei suburbs americani) raggiunge la casa della bella Sarah Jane che però non vuole vedere nessuno, rimane chiusa in casa ad ascoltare i notiziari. All’esterno della casa il ribaltamento dei ruoli narrativi: due ragazzetti tengono prigioniero e torturano uno zombie e il già ciato amicone-misfit li aiuta di buon cuore.

Spencer Susser ottiene con questo corto un ottimo riscontro di pubblico e critica e vince anche diversi premi. Molte voci mormorano infatti che si stia ipotizzando un lungometraggio a partire dal corto stesso e i fan non sembrano aspettare altro. Il ritorno in auge del genere zombie (sempre più sdoganato dopo il successo di “The Walking dead”), acquista in questo caso un valore aggiunto, diventa uno strumento nelle mani del regista per raccontare il dolce sentimento di Jimbo, che ha perso i genitori e sta bene sono quando guarda Sarah Jane. Gli attori, giovani ma molto bravi, rendono credibile un contesto che lo è tutt’altro (la fotografia è curata ma gli effetti speciali sono ancora da affinare), come se gli zombie fossero una catastrofe come molte, un uragano Katrina o una terribile epidemia. Con il finale shock si giunge alla morale. Forse Sarah Jane ha imparato a convivere col male.

Ubriaco d’amore: surrealistic syndrome

Ammetto di avere un problema molto serio. Una sorta di sindrome post-adolescenziale-post-triennio universitario-post-consapevolezza del futuro che mi porta a simpatizzare in maniera totale per quella deliziosa categoria di registi, in special modo americani (ma anche non), che hanno scelto la via del “surreale”. Mi spiego meglio. Il “gioco del personaggio buffo” non funzionaImmaginesempre, tanto meno quello che mira a strappare un sorriso amaro allo spettatore. Ci sono registi, però, che con questi particolari giochetti ci sanno fare bene, lasciandoti appeso tra il dolce e l’amaro, proponendoti nuove alternative al romanticismo convenzionale, al modo di vivere o di sognare. Mi riferisco ai soliti Jarmusch, Gondry, Jonze, W. Anderson, molto dei fratelli Cohen & Co. Non voglio certo generalizzare, sono registi estremamente diversi tra loro, ma mi sento abbastanza libera di pensare che c’è qualcosa che li lega un po’ tutti, indissolubilmente. E poi c’è stato quello che in ordine di tempo avevo scoperto più tardi. Uno di quei registi che ti aveva sempre attratto ma che, inspiegabilmente, non avevi frequentato per le ragioni più varie e imperdonabili: Paul Thomas Anderson.
Divorando i suoi film ho scoperto che mangiarsi le mani è un’operazione molto più semplice di quanto credessi. Mi sono maledetta più volte per aver aspettato così a lungo, ho mangiato una scatola di biscotti per consolarmi e poi ho visto “Ubriaco d’amore”.

Ah l’ormai inflazionatissima abitudine di dare pessimi titoli ai film quando li si traduce in Italiano, che triste sventura! Eppure non mi sono lasciata intimorire è ho scoperto un piccolo gioiellino ispirato ad una storia vera. Barry, piccolo imprenditore in abito blu, ha una vita estremamente piatta e solitaria, produce spazzoloni per il water. La maledizione dell’essere l’unico maschio in una grande famiglia al femminile lo perseguita, soggiogato dalla controllo femminino delle sorelle. Ogni tanto scoppia e allora tremendi scatti d’ira lo investono rendendolo un Hulk in giacca e cravatta. La sua vita scorre monotona finché non scopre la vantaggiosissima promozione di un’ azienda produttrice di budini. Comincia allora a comprarne un’ infinità sperando di riuscire ad accumulare tutti i punti necessari per vincere le miglia che gli permetterebbero di viaggiare in aereo per un tempo quasi indefinito. Cambia tutto l’inaspettata storia d’amore con Lena. Impacciata, timida, di un nevrotico delicatissimo, si innamora subito di lui e viene a sua volta ricambiata. Barry ha un motivo vero, adesso, per raccogliere le miglia: seguire Lena nei suoi viaggi di lavoro. A complicare la vicenda, ovviamente, la banda di malfattori che cerca di ricattare Barry dopo una telefonata alla linea erotica ( stupenda la conversazione ai limiti del paradosso, il poveruomo cercava solo compagnia per una chiacchierata) e lo sguardo accusatorio delle sorellacce.

La storia, apparentemente, poteva svolgersi in pochissimo tempo, non ha una trama così articolata. Eppure Anderson le da’ un ritmo lento e cantilenante, come la deliziosa colonna sonora composta per lui da John Brion. Si prende tutto il tempo necessario per raccontarci una storia d’amore come tante e come poche insieme. I protagonisti, dal canto loro, recitano in punta di piedi, per non disturbare. Sandler è una grande rivelazione nella sua capacità di far sorridere leggermente, senza esagerare, nel farsi rispettare per la drammaticità che invece permea totalmente il suo personaggio, Emily Watson, nel ruolo di Lena, cammina fluttuante a dieci centimetri da Terra, è su un altro pianeta. Nel 2002 il film vince il premio della regia a Cannes. Non so cosa sia passato nella mente dei critici ma nella mia l’hanno fatta da padrone i lunghi carrelli all’ aeroporto, la luce bianca da lampada a risparmio energetico nell’ufficio di Barry, il blu elettrico sempre in primo piano del suo abito fuori stagione, il breve ma efficace pianosequenza di lui che corre a perdifiato tra le uscite di sicurezza per giungere da lei e baciarla scioglievolissimevolmente e quella bella scena alle Hawaii dove, d’un altro bacio, rimangono solo le ombre. Il film è finito e ogni volta che mi capita di ripensarci il motivetto di “He needs me” mi si fissa in testa e ricomincio a canticchiare. Ubriaco d’amore non è un film per chi cerca le risposte psicologiche alla natura umana, lo sguardo dalla mente di un attore famoso, le reazioni familiari al cancro di un pessimo padre. E’ un film rasserenante come una fiaba senza essere stucchevole, come se il suo lieto fine se lo fosse, da sempre, meritato.

(Giulia Romagnosi)